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Imparare a non fare errori? No! Imparare a farli!

Gli amici di QualitiAmo ieri mattina hanno pubblicato un articolo interessante dal titolo Imparare a non fare errori.

In esso loro dicono:

Abbiamo imparato fin da bambini a entrare in competizione con gli altri per ottenere l’approvazione dei grandi, per distinguerci all’interno del gruppo, per un premio, per un posto importante nella recita scolastica, per entrare nella scuola migliore o nella nostra squadra del cuore.
Al lavoro, in seguito, non è cambiato nulla perché siamo entrati in competizione prima per ottenere il lavoro migliore e dopo, per colpa della crisi, semplicemente per avere un lavoro.

Ciò che fa la differenza tra chi vince e chi perde in questa eterna gara, oltre all’intelligenza, è proprio la tendenza a non fare errori (nelle scelte che facciamo lungo la nostra strada, nel modo in cui ci presentiamo o nel modo in cui osserviamo il mondo facendoci influenzare da esso).
Spesso razionalizziamo i nostri fallimenti personali, dicendo: “Tutti sbagliano” e questo è sicuramente vero anche se può cambiare un’intera vita ma imparare a riconoscere i modelli che stanno alla base degli errori si può.

Chi ha successo, nella vita come nel lavoro, si basa certamente su un giusto mix di leadership, cultura e attenzione alle persone ma, soprattutto, impara presto a non fare errori (almeno quelli grossi), basandosi proprio sulla sua capacità di riconoscere le circostanze in cui nascono.

Oggi l’articolo continua e sono curioso dove andrà a portare.

Ma finora mi trovo pienamente in disaccordo con questa affermazione. Infatti, la mia opinione è diametralmente opposta: in una organizzazione (e anche da bambini) fare errori è fondamentale. Creare la cultura organizzativa dove l’errore è accettato affinché sia stato commesso con l’intento di migliorare un processo, di sperimentare, secondo me è di importanza fondamentale per la crescita e prosperità dell’organizzazione (o dell’essere umano futuro, quando si tratta del bambino).

Nella cultura aziendale italiana ho incontrato più volte quello che hanno detto nell’articolo, ma ogni volta che incontro questa situazione, l’azienda era sulla irreversibile rotta verso l’oblio e il fallimento. Se non sono incoraggiati gli errori, l’azienda (o il bambino) non cresce e non impara.

Creare delle inutili competizioni cui l’unico fine è di conservare il posto di lavoro, oppure di ottenere l’approvazione dei grandi nel caso dei bambini, non è una competizione sana.

L’unica competizione utile deve essere quella di migliorare i processi e se stessi nel contempo. Migliorare la nostra capacità di problem solving e aiutare allo stesso tempo l’azienda, tramite la leadership che impariamo, è l’unico modo in cui si dovrebbe competere in azienda. Altri modi di competere oppure l’imposizione di evitare errori sono solo il modo migliore per creare una cultura di accuse e sfiducia totale in una azienda.

Voi invece cosa ne pensate?

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